ITA L’Isola che non c’era, Alberto Bazzurro (ott.2008)

C’era un tempo in cui, piuttosto comprensibilmente, il jazzista italiano si poneva in una posizione di deferenza nei confronti del collega americano. Loro avevano inventato il jazz, e tanto bastava per farceli apparire (quasi) tutti dei maestri. Quando ne veniva uno di un certo nome in Italia, se si riusciva si fissava una sala d’incisione, si allestiva un gruppo – stabile, o il più qualificato possibile – e si mettevano le due entità a interagire. Quasi mai veniva fuori un capolavoro, ma incisioni comunque di buona caratura, questo sì. Certo: dobbiamo riandare a cinquant’anni fa o poco meno (talora anche trenta) e citare i vari Chet Baker, Bud Shank, Buddy Collette, Mulligan, Lacy, Rivers, etc.
A partire dagli anni ottanta, il jazz europeo – e quindi anche italiano – ha iniziato ad affrancarsi velocemente e massicciamente dal modello e dall’egemonia americana, e sono quindi germogliati in quantità sempre più cospicua i progetti, concertistici e discografici, in cui italiani e statunitensi si misurano alla pari su un linguaggio comune, frutto di mediazione o proprio di condivisione espressiva. Solo negli ultimi mesi, sono numerosi i cd di questa natura messi sul mercato.
Da casa Auand proviene I Like Too Much, in bilico tra funky e sperimentazione (l’ombra di Steve Coleman è piuttosto nitidamente avvertibile) inciso dal vivo da Gaetano Partipilo al sax alto, Mike Okazaki (a conti fatti elemento-cardine del trio) alla chitarra elettrica e Dan Weiss alla batteria.