ITA La Stampa Web, Gianmichele Taormina (jul.2006)

Due dischi recentemente pubblicati in Italia per la giovane etichetta indipendente Auand, arricchiscono considerevolmente il già ben prolifico panorama discografico del jazz nostrano. Protagonisti dell’evento sono Julian Argüelles e il piccolo genietto d’origine vietnamita Cuong Vu.

Il nome di Argüelles (nato a Birmingham, classe 1966) era inziato a circolare intorno alla metà degli anni Ottanta, quando, trasferitosi nella rianimata swingin London, il timido diciottenne sassofonista si apprestava ad intraprendere collaborazioni di tutto rispetto, sfociate poi in incontri fondamentali con John Taylor, Stave Swallow, Dave Holland e John Scofield e con le autorevoli orchestre di Carla Bley, Djago Bates, Colin Towns e Kenny Wheeler.

Oggi, alla testa di un temerario e granitico trio, riesumando i fasti di agguerrite formazioni pianoless, Argüelles pubblica un piccolo gioiellino sonoro catturato dal vivo al JJ Smyths di Dublino nell’ottobre del 2002.

È una musica fresca ma irriverente quella del sassofonista britannico, ricca di connotati che osano lo sbilanciamento “in avanti” grazie alle energiche intuizioni di un drummer selvaggio e accattivante come Jim Black. Uomo orchestra capace di organizzare quel piccolo contrappunto, quella dissonanza manifesta che colora l’aspetto timbrico dell’improvvisazione, il batterista di Seattle contribuisce insieme alle dinamiche sobrie del contrabbassista Ronan Guilfoyle, a riformulare i contenuti più astratti di un suono talvolta semplice ma intuitivamente sempre aggressivo. Un disco felice insomma, che ben si confronta con la fulgida lezione di Ornette Coleman – del quale è presente il fulminante Broadway Blues – e delle didascaliche aperture etniche di Don Cherry.

Di differente angolatura semantica, il linguaggio innovativo, controverso e di difficile catalogazione di Cuog Vu, si delinea all’interno di strutture variabili e incisive, spesso sature di suoni e di “disturbi” elettrici ai quali l’intraprendente trombettista scoperto da Pat Metheny vi è sovente abituato.

Seppur intrigante e ben misurato dagli interventi chitarristici di Bill Frisell, il progetto soffre di alterne vicende compositive, generoso com’è di strutture solari e aperte, splendenti di ballad elettrofuturistiche di seguito oscurate da durissime impalcature heavy; queste talvolta (im)motivate dall’impeto istintivo impresso dalla briosa gioventù che compone la band. Infatti, oltre alla “direction” impartita dall’eclettico giovane leader segnaliamo la presenza del bassista Stomu Takeishi e di Ted Poor, batterista tenace e preparatissimo del quale sentiremo presto parlare.