ITA mescalina.it, Paolo Ronchetti (apr.2019)

Normalmente ascolto i dischi nuovi con un certo metodo, avvicinandomene prima distrattamente e poi con attenzione; ascoltando e riascoltando a distanza di giorni; dandomi tempi lunghi e cercando di essere il più fedele possibile al motto “Non ho ancora le idee chiare, ci devo pensare su…”. Ma sono un inguaribile istintivo e la fedeltà a una lentezza del giudizio (praticata e auspicata) a volte se ne va via come neve al sole.

Così capita che l’altra sera avrei scritto di questo Encelado dei Luz (Auand) all’inizio del secondo ascolto se non avessi dovuto fare mille altre cose. Ed allora questa domenica ho sentito il disco quattro volte; fermandomi ad ascoltare, facendo altro e poi rifermandomi …e mi sono veramente divertito.

Si, mi sono divertito in questo viaggio spaziale tra modernariato e un mondo futuribile così pieno di richiami piacevolmente impliciti da non stancare. Si perché, in questo Encelado, nulla è così noiosamente esplicito da stancare, ma molto sembra richiamare un immaginario comune (almeno a me e alla band). Sin dalla iniziale Soyuz!, ode alla gloriosa epopea cosmonautica sovietica, il trio (composto da Giacomo Ancilotto alla chitarra, Igor Legari al Contrabbasso e Federico Scettri alla Batteria) si muove in un territorio musicalmente spurio tra jazz, rock e morbide avanguardie: quasi un post rock fatto da jazzisti che sanno come rendere in qualche modo pop e leggero un prodotto comunque complesso e sfaccettato non solo musicalmente.

Tanti sono in effetti i riferimenti culturali dietro a questo “album interstellare”. Il cinema compare ad esempio nei due brani successivi. Chullachaqui ha come riferimento “El Abrazo De La Serpiente” film colombiano sullo svuotamento dell’anima di uno sciamano indio; Atacama, con il suo iniziale incedere “zoppo” alla Ribot e il suo lento trasformarsi sino a diventare quasi un vorticoso incubo siderale, si rifà a un capolavoro assoluto del cinema come Nostalgia de la Luz del regista cileno Patricio Guzman (di cui consiglio assolutamente la visione). Bengoechea è dedicata al lavoro dell’omonimo pittore cileno autore della bellissima copertina dell’album ed ha un incedere desertico di straordinaria intimità. Ground Control (chissà a chi è dedicata?) ha un ritmo frenetico e un arpeggio di fondo che in qualche modo sembra dare un senso di circolarità simile a quello della camera che gira su sé stessa in La Regione Centrale di Michael Snow. Sulla percezione del tempo e della luce si sviluppa l’andamento, solo apparentemente ondivago, di Shapiro che è riflessione sul tempo, la luce (Luz) e sull’immortalità visto che Luz è anche, secondo la cabala, un osso indistruttibile della forma di una mandorla, posto alla base della colonna vertebrale e intorno al quale si formerà un nuovo corpo dopo la nostra morte. E tra riflessioni sonore sul rumore siderale di fondo (Hum) e sull’infinito inteso come “non finito” destinato al suo essere “scarto” (Ballyhoo) si arriva al commuovete finale di Fricus. Una melodia che si distacca dalle complesse e stratificate geometrie che il trio ha suonato per gran parte del disco; qualcosa di intimo e così famigliarmente nostalgico da intenerire.

Segnalo le belle note di copertina, ricchissime di suggestioni rispetto ai brani, e, musicalmente, il tentativo riuscito del trio di lavorare in una specie di affascinante bolla musicale atemporale all’interno di un immaginario che va dal realismo sovietico alla mistica kabalistica passando per deserti, viaggi spaziali e Sud America senza mai apparire incoerente. Complimenti!

Ps: esistono in commercio almeno due versioni differenti del disco. In una sono presenti diversa tracklist e due brani in più: Flemma e Arecibo.