ITA mescalina.it, Vittorio Formenti (may.2011)

Che Walter Beltrami sia tra il meglio che il jazz nazionale abbia saputo proporre nell’ultimo lustro è cosa risaputa, detta dai più ed incondizionatamente condivisa da chi scrive. Chitarrista e compositore bresciano Walter esordì con Piccoli Numeri (2007) che lo pose subito all’attenzione della scena internazionale. Di deciso rilievo è il suo Timoka (2009), opera dedicata al regista Ingmar Bergman e densa di riferimenti tra Coleman e il sound mittleuropeo alla ECM.
Questo suo Paroxysmal Postural Vertigo é un lavoro completamente diverso; le brume del nord europa vengono sostituite da basi ben più terrene e vitali, grazie anche allo spunto di origine del progetto. Il titolo del cd infatti si riferisce ad un disturbo benigno di cui l’autore soffrì durante un certo periodo, accusando improvvisi attacchi di vertigine che tennero lui compagnia per qualche mese. In barba a qualsiasi banalità di rito Walter decide di utilizzare questa esperienza non come elemento di cronaca ma come vero e proprio motore soggettivo del lavoro; ne nasce un disco radicalmente inusuale, molto personale e del tutto alieno da retoriche del già sentito.
Immaginarsi la vertigine come motore genetico delle composizioni lascia facilmente intuire la necessità di un linguaggio eterogeneo, che permetta un’espressione logica di situazioni irrazionali, che consenta ad un disagio di esprimersi come atto vitale e creativo. Il vocabolario adottato da Walter e dallo splendido quartetto che lo accompagna fa pertanto riferimento a tutte le risorse che l’arte delle sette note mette a disposizione; rock e post rock, Canterbury, Zappa, ECM, funk, avanguardia, jazz, classica si alternano in una miscela resa esplosiva dalle idee di base e dalla sintassi usata per comporre.
Il lavoro è infatti tutt’altro che una carrellata antologica di generi ma propone tessiture organiche con diversi approcci strutturali; chorus con impro, rondò, logiche AABA (o giù di lì) e riff si intrecciano liberamente su ritorni tematici che tengono fermo il baricentro dei brani. Con genialità si esprime così la natura bizzarra dell’idea di base, la vertigine, in convivenza con la sua effettiva ragion d’essere radicata nell’esperienza vissuta. A questo occorre aggiungere l’incredibile capacità timbrica, ritmica e di integrazione di tutto il combo; Walter usa, come suo solito, la chitarra in modo oculato, lungi da manie di protagonista ma più interessato all’esito del suo comporre; Bearzatti al sax conferma di essere il meglio del nuovo, a suo agio tra Ayler, Coleman, Coltrane, rock, funk restituisce un impatto a tratti sconvolgente; Courtois usa il violoncello trasformandolo camaleonticamente in violino, viola, sax, chitarra e chi più ne ha più ne metta; Black alla batteria è tanto innovativo quanto scrupoloso nell’evitare esagerazioni, un vero drummer moderno; Takeishi al basso è tutto fuorché scontato. Non c’è pertanto una distribuzione tradizionale dei ruoli; l’ordito preferisce contrappunti, echi di chiamata risposta (splendidi quelli quasi fugati tra sax e cello), alternanze a staffetta anche rapide all’interno delle stesse battute o impro in stile free collettivo.
L’ascolto riserva soddisfazione sia alla testa, per via della coerenza progettuale del tutto, sia al cuore, grazie alla genesi interna delle motivazioni, che alla pancia, grazie al sound terreno ed alla forza ritmica espressa. Su tutti citiamo #2, a nostro avviso il climax del cd. Riff rock poderoso e sostenuto in tutto il brano, chorus di sax con escursioni dalle note più alte agli honk più fisici, cello inimitabile nella sua verve coltraniana, ritmica stabile ma non statica, linea melodica semplice e ripresa circolarmente a caratterizzazione del tema. Il resto lo lasciamo a chi vorrà investire intelligentemente il proprio tempo nell’esplorazione del disco; sappiano costoro che si accosteranno così al meglio di quello che ci è capitato di ascoltare, fino ad ora, nel corrente anno del Signore.
Assolutamente da non perdere.