ITA Mucchio, Damir Ivic (jun.2018)

Giovanni Guidi è uno dei patrimoni più preziosi del nuovo jazz italiano. Già il fatto di essere uscito su ECM, da leader di un Trio, sarebbe una medaglia al valore sufficiente (e, ovviamente, i dischi sono una delizia: ma difficilmente ECM sbaglia un colpo). Ma la cosa veramente affascinante è che se da un lato, su quel versante, si è fatto conoscere per il suo lirismo al piano acustico, dall’altro il suo mondo musicale è molto sfaccettato. Le collaborazioni con Matthew Herbert (in un progetto a cui si aggiunge anche Enrico Rava), quelle con Ralf nel progetto R.Ha.R.F (dove si aggiunge anche Gianluca Petrella, a proposito di jazzisti italiani di spessore mondiale dalla mente aperta) sono cartine di tornasole significative, narrando di un percorso che tocca l’improvvisazione colta e avanguardista così come il battito house da vero e proprio dancefloor. Drive, il suo progetto in trio con Joe Rehmer al basso e Federico Scettri alla batteria, esplora un’altra strada ancora: quella del jazz-funk più cosmico. Dopo varie esibizioni dal vivo, ora viene fissato anche su disco e il risultato è veramente notevole. Il solco, per spiegarla in modo più semplice, è quello reso hip e popolare dai BADBADNOTGOOD. Solo che qui, fidatevi, in alcuni punti è reso ancora meglio: con più profondità, più senso dello spazio, senza perdere nulla in termini di groove ma anche con una simile capacità di essere comunicativi. Quando poi si spinge sull’acceleratore del drive psichedelico, lo si fa davvero con una perizia e un senso del controllo notevoli, senza cadere nell’autocompiacimento del famoso strano. Lavoro jazz di rara compattezza, lavoro jazz di rara bellezza.