ITA Musica, Davide Ielmini (apr.2018)

Il jazz italiano, a volte, ha perso parte del suo appeal quando l’uso della parola “mediterraneo” si è fatto sconsiderato. Non tutti gli artisti di casa nostra suonano tarantelle o pizziche; non tutti si rifanno al DNA melodico e non tutti, infine, rimembrano la lezione dei cantautori. Giampiero Locatelli nasce a Reggio Calabria nel 1976: la latinità se la porta dentro, ma senza ovvietà. Perché in questo disco sono l’Europa della musica contemporanea e l’America del jazz di struttura forte a guardarsi in faccia. Ne esce una musica spesso e volentieri spigolosa e frastagliata (Toward Backward), una ballata di sconfinata spazialità (From The Last Frame) e un’altra, invece, dove l’armonia di derivazione barocca trasforma sé stessa in un’onda sotterranea e catartica (Inspire Me). Tutto si sviluppa nervosamente, in una rigenerazione ritmica che non nasconde, prima di tutto, la grande lezione del bop e poi quello che ne ha saputo fare Brad Mehldau: la ricreazione della struttura. Un lavoro incessante, che porta Locatelli ad una carica improvvisativa dove la gestione del tempo – la divisione della musica in battute – trasmette i brividi che prova chi sta a guardare il funambolo camminare sulla corda. La bravura del trio si manifesta in questo: nell’alternanza di momenti di tensione conditi ad attimi di ansiosa rilassatezza. Nella musica di Locatelli, insomma, c’è sempre qualcosa che lascia indifesi e che fa trattenere il fiato. C’è, prima di tutto, un’elasticità pianistica che gli permette di arrivare ovunque. E ovunque l’interpolazione dinamica tra i tre strumenti esprime un affiatamento senza crepe o arresti. Come se si fosse alla presenza di un enorme polmone che sbuffa torrenti di note.