ITA Musica Jazz, Enzo Boddi (dec.2019)

Massimiliano Milesi si è distinto negli ultimi anni come una delle voci più interessanti del panorama jazzistico nazionale. Non solo come eccellente sassofonista (tenore e soprano), ma anche per le doti di compositore rivelate a fianco di Tino Tracanna in seno al quartetto Double Cut, in cui figura anche Sala. Come altri musicisti della sua generazione, Milesi è anche attento a recepire stimoli provenienti dal rock, il che si percepisce chiaramente all’ascolto di questo lavoro.

È dunque evidente che i membri del quartetto sono ben coscienti della svolta elettrica a suo tempo impressa da Davis, Zawinul e Hancock, ma al tempo stesso hanno captato suggestioni da Radiohead, Nirvana, Sigur Rós, riversate anche nella loro attività in gruppi paralleli. Che poi – su un piano squisitamente timbrico – Milesi e compagni guardino anche al passato lo dimostrano l’impiego, peraltro molto discreto e funzionale, di un piano elettrico Wurlitzer e dei sintetizzatori, nonché le sonorità del basso di Papetti. Se ne ravvisano tracce palpabili nell’iniziale I Have No Words dove, anche in virtù dell’impianto ritmico, alcuni passaggi richiamano addirittura certo jazz rock inglese (Nucleus, Soft Machine).

In generale, tutti i brani presentano un’impostazione ritmica tutt’altro che banale, con ricorso frequente a tempi dispari. Redshift si distingue per il meticoloso controllo degli equilibri dinamici, mentre Tibbish Tizzp spicca per i continui cambi di metro ed atmosfera, in un collage forse influenzato da John Zorn. In questo contesto, rispetto al suo contributo a Double Cut, Milesi leviga suono e fraseggio, applicando una poetica della sottrazione. Il che non guasta, specie in un’epoca di sassofonisti tecnicamente ferratissimi che ammanniscono assolo chilometrici infarciti di frasi fatte.