ITA MusicheParole, Marco Maiocco (jan.2018)

Gli Hobby Horse sono un “giovane”, effervescente, “sparagnino”, sperimentale trio attivo in Italia ormai da otto anni. A comporli sono il clarinettista e sassofonista tenore del Wisconsin Dan Kinzelman, lo swingante e flessuoso contrabbassista di origini chicagoane Joe Rehmer e l’ottimo Stefano Tamborrino alla batteria. Ed è proprio Tamborrino, fiorentino, classe 1980, sulle scene dall’età di 19 anni, a catturare maggiormente l’attenzione, non ce ne vogliano i più colti jazzisti Kinzelman e Rehmer. Completo autodidatta, il drummer toscano si contraddistingue per un “rumoroso”, sparigliatore, istintivo e personalissimo stile “naïf”, intriso di tambureggiante estetica punk (un po’ alla Bobby Previte) e però anche di una più classica controllata e scoppiettante propulsione jazz rock. I tre esplorano con combattivo piglio, ispirazione, attenzione al dettaglio e allo sviluppo intenso del processo sonoro, con tutte le sue psichedeliche e ipnotiche dilatazioni, territori di confine tra avant jazz, misteriosa elettronica ostinata e ronzante (tra la drone music e il kraut più meditativo e “ottuso”: gli ultimi interminabili venticinque minuti di “Amundsen/ Evidently Chickentown” sono quasi rivoluzionari in questo senso, per un lavoro che in linea teorica parte dalle avanguardie afroamericane) e graffiante jazz rock. A risultare coinvolgente, in aggiunta al magnetico svolgimento strumentale, è anche il sempre più efficace utilizzo, in funzione drammaturgica, delle singole voci. Oltre a sei brani originali, l’album ospita due illustri composizioni di protesta, la già citata “Evidently Chickentown” del poeta/musicista punk John Cooper Clarke e “Born Again Cretin” di Robert Wyatt, quasi una perfetta sintesi dell’intera (singolarmente composita) poetica della formazione. Una coraggiosa contaminazione.