ITA musictraks.com, Fabio Alcini (mar.2019)

Si parte a bordo di Soyuz!, navicella alimentata da atmosfere jazz molto accelerate, anche in modo brusco.

Chullachaqui rasserena un po’ gli animi e calma i ritmi, pur instillando qualche dubbio e muovendosi in modo quasi fiabesco.

Si continua con parole di origine amerinda con Atacama, un po’ più rude nei modi e con la chitarra che arpeggia in tono di sfida, blueseggiando in libertà.

Particolarmente ipnotica e graduale ecco poi Flemma, che cammina piano aumentando il pathos su terreni di marca jazz, accendendo vari fuochi nell’arco dei suoi quasi dieci minuti.

Più rapida, anche nei modi, Ballyhoo, che dardeggia in varie direzioni, sorretta da un drumming sostanzialmente tribale.

Bengoechea, dedicata al pittore cileno autore della copertina del disco, si muove sinuosa con modalità plastiche.

Anche Arecibo mantiene la calma, instillando una certa atmosfera notturna sulla quale la chitarra inserisce le proprie pulsioni.

La breve Shapiro si rivela molto frenetica e nervosa a livello di ritmi, con un’interessante interazione con gli archi.

Percorsi che stanno tra il jazz e il rock progressive sono quelli sviluppati da Hum, con la batteria che spazzola e la chitarra che si incarica della chiusura.

Citazioni bowieiane stanno (presumibilmente) alla fonte di Ground Control, altro pezzo vibrante e guizzante.

Si conclude il tutto con una morbida e danzante Fricus, praticamente un tango carico di presupposti.

Il disco dei Luz è interessante a vari livelli, con una cura del suono e del dettaglio che va in profondità e con una scrittura complessa ma sempre fruibile.