ITA offtopicmagazine.net, Mario Grella (may.2020)

A Stefano Coppari e alla sua band, oltre che giocare abilmente con gli strumenti, piace giocare anche con le parole. E questa è sicuramente una dote, poiché i grandi giocolieri di parole, da Raymond Queneau a Georges Perec, sono sempre stati alunni un po’ discoli ed indisciplinati e avrebbero avuto bisogno di un maestro severo, per esempio Ludwig Wittgenstein, ma sono sempre stati anche molto divertenti. Il titolo dell’ultima fatica di questo bravo chitarrista, lascia poco (o tanto), spazio ai dubbi: Scar Let. Dopo l’enigmatico e inquietante titolo si prosegue con Alt Her Hego, Heartbeat. Allora “lasciamoci cicatrizzare” da questo disco, meno inquietante nei suoni, di quanto non sia nelle title-track.

Mi verrebbe da dire che si tratta di un lavoro “quieto” dove l’aggettivo ha una valenza del tutto positiva. Dopo tanta musica di ricerca e sperimentazione, mi fa piacere abbandonarmi alla quiete, soprattutto se a dettarne le regole, è una bella chitarra come quella di Stefano Coppari, sostenuto ed incoraggiato da un pianoforte di taglia “extra-colta” come quello di Nico Tangherlini, dal contrabbasso mai in secondo piano di Lorenzo Scipioni e dalla batteria “organica” (come si diceva degli intellettuali del PCI), di Jacopo Ausili. Il risultato del melange è eccellente, mai travalicante, molto rilassante, molto spesso sognante. Un’oasi di pace e riflessione, dopo che negli ultimi tempi, i miei apparecchi di riproduzione sono stati messi a dura prova da tutte le possibili armonie e, soprattutto, disarmonie e urla sonore. Ma se pensate ad un pedissequo “ritorno all’ordine” vi sbagliate, questo bel lavoro in uscita per dalla Auand Records, è più somigliante al “retour à la raison”, titolo di una famosa opera di Man Ray per nulla “ragionevole”. Molti accenti alla musica colta, molte suggestioni del grande jazz, molta vitalità armonica e timbrica. Tutti brani originali, con la sola eccezione della celebre La Mouffe, un po’ “valse musette”, un po’ Satie, del grande pianista rumeno Johnny Raducanu, con la quale il gruppo ha vinto l’omonimo festival nel 2018. Ascoltarla in questa versione un po’ destrutturata e poi ricomposta è piacevole e stimolante come lo è, del resto, l’ascolto di tutto il lavoro di Stefano Coppari. Provare per credere.