ITA ondarock.it, Leonardo Di Maio (dec.2016)

Dopo il felice esordio del chitarrista Frank Marino, giunge ora dalla coraggiosa Auand un altro gioiellino dal variopinto panorama jazz nazionale. Anche questa volta non si tratta (guarda caso) di un disco di jazz canonico, bensì di un prodotto di puro avantgarde jazz di stampo anglosassone.
“It’s not jazz, it’s worse” è il terzo album di un terzetto milanese, gli Swedish Mobilia (nome ispirato, forse ironicamente, ad un ben noto marchio svedese di mobili “pret a porter” a buon mercato), che già avevano dato alle stampe due lavori per la prestigiosa e storica etichetta inglese Leo Records (“Knife, Fork And Spoon” del 2012 e “Did You Hear Something?” del 2013). Questo per la Auand è quindi il loro esordio su scala nazionale.
Lasciando ampio margine alla sperimentazione collettiva, gli Swedish Mobilia prendono innanzitutto spunto dai liberi improvvisatori inglesi degli anni Settanta (Derek Bailey e la sua Company in primis), insieme a solisti creativi come Andrea Centazzo e a gruppi avantgarde come i Dedalus (quelli di “Materiale per tre esecutori e nastro magnetico”, Trident 1974). Non è un caso, quindi, che i brani cardine su cui poggia il grosso del disco siano composizioni “free form” come “Two Nights In Tunisia” (simpatica parodia del famoso standard be-bop di Dizzy Gillespie), “Coffee To Go”, “Please” e “Time For Tea”.
Non meno essenziale è l’influenza esercitata da certa no wave di stampo newyorkese, come per esempio avviene nelle armonie ispide e sghembe di “Don’t You Mind?” e di “We’ve Been So Kind”, le quali devono qualcosa sia ad Arto Lindsay che ai Mars.
Sono pure fondamentali, nell’estetica del trio, le soluzioni musicali aperte, ben documentate nei brani “Red” e “Thanks For Coming”. Altrove, invece, i tre ragazzi perdono un poco il filo della matassa in talune eccessive elucubrazioni astratte, che risultano talvolta incompiute ed eccessivamente cervellotiche (“Kiss, Miss”, “Fifteen”).
Molto simpatica poi sia la foto di copertna che l’ironico titolo del disco. Carino anche l’omaggio (forse involontario) ai Djam Karet nella foto interna della custodia del Cd, con i tre membri del gruppo che si coprono dietro le sagome dei rispettivi strumenti).
In conclusione, ancora un altro bel colpo da K.O. per la piccola e volenterosa Auand. Chi comunque cerca del più comune jazzcore, non troverà qui del pane per i propri denti.