ITA ondarock.it, Simone Felici (mar.2018)

Il crossover jazz del trio e collettivo Hobby Horse giunge alla sua sesta pubblicazione con “Helm”: disco-manifesto e riflessione sulla dimensione della libertà nell’era tecnologica. L’elmo impresso in copertina, inquietante e decadente figura del nuovo medioevo senza volto, è una risposta in difensiva allo scontro con le problematiche del tema: come rispondere all’inevitabile avvento della singolarità tecnologica, ultimo passaggio del processo di controllo cui siamo già da tempo succubi?
In questo contesto, la proposta della wyattiana “Born Again Cretin” sembra coprire l’amara ironia già esplicita nel testo [“…I can ‘protest’!/ This must be freedom, I must be happy/ So let Mandela rot in prison”] con un nuovo velo: crediamo di essere liberi di esprimerci ma la nostra libera espressione è controllata e processata per un altro fine. “Born Again Cretin” segue l’audace rilettura di “Evidently Chickentown” di John Cooper Clarke, ancora più veloce e scarna della performance incisa su disco [“Snap, Crackle & Bop” (1980)]: l’ansiosa pulsazione che sorregge la poesia monotono finisce con lo svanire nel mare di un bordone che si estende per venti minuti. Nell’edizione pubblicata in vinile (Rous Records) si esaurisce la forza e provocazione del brano: il bordone entrerà in loop nell’ultimo solco tracciato, lasciando all’ascoltatore la possibilità di liberarsi dell’ascolto forzato. Nell’edizione in cd della Auand ci sarà invece un’interruzione (l’ascoltatore è sempre libero di porre un freno al flusso sonoro).
L’interruzione è parte integrante di un disco tutt’altro che ostico: nella title track il clarinetto basso (Dan Kinzelman) si disperde dopo aver tracciato una delicata melodia per ricomparire ex abrupto con una variazione sul tema, lasciando lo spazio centrale ai soli contrabbasso (Joe Rehmer) e batteria (Stefano Tamborrino) in uno spezzato e fuorioso breakbeat; in “The Go Round” Kinzelman e Rehmer si bloccano uno dopo l’altro: un frenetico Tamborrino entra in dialogo con il testo del compositore Alessandro Bosetti, nel quale ogni parola – finanche il ricorso anaforico dei versi – forma una cellula melodica (accenti) e ritmica (sillabazione).
Importante è il ricorso a una strumentazione elettronica in aggiunta a quella acustica: dominante in “Salsa Caliente” (dove Kinzelman è addirittura assente), improvvisazione e momento ludico (presente una tastiera giocattolo) assemblato a posteriori; non mancano inoltre momenti più distesi come nel crescendo della lunga e articolata “Buckle”, che figura come un passaggio anomalo, insieme a “Cascade”, ma di forte carica lirica nel corso dell’intero disco.
“Crossover jazz” è quindi una vaga etichetta utilizzata per esporre “Helm”, album multidimensionale, imprevedibile e sorprendente nei suoi momenti di frenesia e calma; vivente le particolarità stilistiche di ciascun membro e vibrante della gioia collettiva dell’improvvisazione.