ITA outune.net, Marco Lorenzo Faustini (oct.2015)

Avete presente i mobiles che Alexander Calder realizzava nel secolo scorso? Quei monumenti di lamiera appesi a fili che si muovono sempre e costringono lo spettatore a girarci intorno per capirne qualcosa? Ecco Flow, Home degli Yellow Squeeds ricorda un po’ quelle cose lì.
Una musica che non si dà troppa importanza, lontana da ogni solennità e che crea, con naturalezza, un’atmosfera bonaria di spontanea simpatia. Tanto è un suono di ensemble che si fatica a distinguere l’uno dall’altro i cinque bravi musicisti e questo perché lo sforzo è tutto orientato a compendiare tante anime, timbriche, esperienze e vite diverse in un’unica cosa bella (e questo è o dovrebbe essere poi il senso di molta Arte, se ci riflettiamo un po’).
I temi scorrono via veloci, ciascuno con la sua personalità, ma frutto di un’idea di musica che è del tutto unitaria e molto particolare. Ogni brano, alla fine, si rivela un piccolo ed intenso incantesimo delicato pieno di sfaccettature, e ciascuno apporta del suo. Curiosamente è proprio il band leader che risulta quasi defilato, senza nessun ruolo da primadonna. Ma ecco la telecronaca.
Split: bellissimo il fade-in della chitarra che entra a marcare il tempo del brano. E di questo bassotuba che sostituisce il basso/contrabbasso, ne vogliamo parlare? Circolare, fluido, rilassato.
Poi arriva Ale: una ballad molto romantica, malinconica, la colonna sonora di un sole che scende su un luogo che c’è ma che esiste solo nella nostra mente.
Lost: ancora un brano di meditativo, con aperture alla contemporaneità, con quel senso di inquietudine che essa si porta inevitabilmente dietro. Del resto è Lost, mica Found!
Believe: e dalli con i tempi dispari! Come direbbe quello: famolo strano! (cit.). Ma bello, veramente!
(Pausa del recensore) (Questi brani vanno via come ciliegie)
Folk Song: se fosse il finale di un film la regia sarebbe senz’altro del grande Robert Redford. Ma anche Spike Lee con carrellata che chiude su Brooklyn Bridge.
Flow: il più lunare, il più in preda ad astratti furori (chi coglie la citazione è forte!) brano del CD. Ma se nel vasto mare c’è un buon nocchiero non ti perdi mai.
Home: un brano in ¾. Molto bello il delicato solo di piano di un pianista che ama Lyle Mays. Sbaglio, Enrico?
Played Twice: attacco alla “Seven Steps To Heaven”. Del resto siamo tutti figli di Miles (o nipoti, ormai). E sentiamo, finalmente anche un po’ la chitarra! Ma in verità il brano è di Thelonious Monk e dunque per un confronto con l’originale andate su:
www.youtube.com/watch?v=LPju4j3jG4M
Casa Do Amor: si chiude con un brano molto bello, dal tema dolce contrapposto ad una batteria volutamente ignorante. Ancora la chitarra a fare quasi da sfondo con una scansione ritmica che si rivela il fulcro del tutto. Notevole assai, come tutto questo CD.
(Peccato che sia finito così presto)