ITA parmamusica.com, Gilbert Cerbara (jul.2017)

E’ impossibile descrivere un album senza utilizzare dei riferimenti del passato, non poggiare i timpani sul già ascoltato.
Su questo trio Piano-Contrabbasso-Batteria sventolano, spinte con forza, mote anime del jazz: dal primo all’ultimo brano poche concessioni ai territori non compresi nel repertorio definito “classico” che i musicisti devono, “in primis”, ascoltare e successivamente riproporre per reinterpretare e, in qualche caso, rigenerare.
Nella prima traccia “King Korn” rimandi e riferimenti si sciupano: Jarret, Monk, Higgins, Mark Johnson.. il battito è preciso anche se irregolare infarcito di “ostinati battenti” che testimoniano grande condivisione di progetto e coesione conseguente.
Il successivo “You’d Be So Nice to Come Home To” è uno swing cadenzato.
Essere musicista significa lavorare come un artigiano, serve la predisposizione, l’immaginazione, la conoscenza e tanta manualità.
Le mani imparano i gesti perché hanno memoria; e in quei gesti c’è la finalizzazione del corpo e del carattere.
Mi viene in mente un pensiero: Se ascolto il suono del contrabbasso di Giacomo (l’unico dei tre che conosco personalmente) penso immediatamente a come non potrebbe non essere così: Deciso, preciso, fisico, continuo e debordante.
Ho pensato allora di fare un gioco, di tracciare un profilo del corpo e della personalità dei tre musicisti ascoltando le tracce del disco. E’ così che fa il Jazz, attiva nuove connessioni.
Giulio, secondo me, è magro e nevrile, pensieroso e complesso, tende all’astrazione e al paradosso. In “Ida Lupino” naviga le acque dell’insolito, gli accordi discordano, la crociera è tenue ma inarrestabile, la barca è sferzata e spinta dall’indecifrabilità dei flutti. Bello il suo pianismo incalzante ma riflessivo.
Il batterista Andrea Burani è alla ricerca spasmodica del suono ideale, incalza e sostiene i due, suoni di gong, di piatti accarezzati e lasciati successivamente a perdersi, percussioni quasi da spartito “Zappiano”, quel poco di cassa che serve ed il rullante a dare gli accenti alle frasi.
“Icarus” ne è un esempio, il suo è il suono di chi gusta la vita con serenità, che assapora le cose, il tempo come il cibo, forse la parte più razionale e serena del trio.
In “52nd Street Theme” Giacomo si muove da solo, nel silenzio, le dita ora sferzano le corde ora le accarezzano, ma sempre con un certo senso del dominio, il contrabbasso piegato alla sua visione ed alle sue dita.
Un disco pensato, eseguito e prodotto con sicurezza, pastoso, sicuro di sé, ben inserito nel nostro tempo ma anche senza tempo.