ITA romainjazz.it, Fabrizio Ciccarelli (dec.2015)

Quando si parla di creatività il jazz italiano non appare secondo a nessuno, e nemmeno dal lato dell’entusiasmo, senza il quale non si è mai raggiunto nulla d’interessante.
L’idea compositiva nasce, a nostro avviso, per una dimensione interpretativa personale, esplorando soluzioni tecniche ed espressive del tutto dettate al momento, meditando su moduli ritmico-melodici nei quali giungono i benevoli influssi delle Notes contemporanee, senza un riferimento preciso ad alcuna corrente in particolare, semmai ad una “diversità” di diagnosi dello stato attuale della Musica.
E, se la personalità del chitarrista è tutta nei pentagrammi a suo nome, è pur vero che, volendo intendere le sue metafore, la lettura empatica ed inquieta di Thelonious Monk in “Played Twice” ne chiarisce gli angoli stilistici, esplorati dalle vigorose trasversalità della tromba di Francesco Lento che informano circa un ”Hic et Nunc” della Musica, idea preventiva presentata nelle vibrazioni emotive di corpi notturni (“Casa do Amor”, “Ale”, “Lost”) e nelle forme metropolitane di un dinamismo dai colori insolitamente elegiaci (“Believe” e “Folk Song”), denso di incognite sorprendenti, di flusso armonico e di sfumature esistenzialiste.
Non che l’individualità culturale del quintetto si fermi qui, anzi sembra ampliarsi nelle ardite distonie e nelle improvvisazioni segnate dalle “stranezze” comportamentali sia di Monk che di Charles Mingus (“Split”), infine calibrate nell’affettività di “Home”, che può rappresentare in toto l’incognita impressionistica di un album multiforme, brillante, cangiante e, soprattutto, “misterioso”.