ITA romainjazz.it, Fabrizio Ciccarelli (dec.2016)

Di performance imprevedibili e di “sani errori” il Jazz racconta una lunga storia, a partire dai blocchi emotivi dal vivo di Ornette Coleman, Charlie Mingus, Thelonious Monk, Charlie Parker e perfino Miles Davis e Dexter Gordon, il quale, in una notte romana dell’autunno del 1984, al Music Inn allora di Pepito Pignatelli scordò completamente il tema del brano che suonava, finendo per improvvisare sulle armonie di una delle ballad che più amava (“Lover man” mi disse, dietro ad una caraffa di birra condita da mezzo litro di Jack Daniel’s), dando vita ad un climax fantastico di pura recitazione spirituale delirante d’Inconscio.
Non per ipotizzare paragoni (ci mancherebbe, l’atmosfera è ben altra) ma per evocare l’accento purificatorio dell’Assolo e della libera e composta improvvisazione (si perdoni l’ossimoro) il talentuoso chitarrista compone 11 vibrazioni che di errore, a dispetto del nome della sua Band, hanno ben poco, e di scellerato ancor meno, tanto più che egli non si pone mai come Magister Musicae, semmai come franco e gentile demiurgo di una percezione jazzistica estremamente naturale ed eclettica, fraseggiando con impeto passionale e riflessivo Pathos come se Wes Montgomery e Jim Hall gli avessero lasciato in eredità il compito di elevare le Blue Notes contemporanee ad Universo Musicale nel quale svisare Ragtime, Cool e quel tanto di New Rock anni 90 che occorra per dar suono a proiezioni istantanee (“Craving Rag” e “Domosinth”).
Stessa intenzione è nella mobilità delle frazioni ironiche di “If I Were a Bello”, rileggendo con rispetto ed in modo tutto personale il titolo della celeberrima song “If I Were a Bell” di Frank Loesser, composta per il musical del 1950 ”Guys and Dolls”, magnifico standard in “Relaxin’ with the Miles Davis Quintet”( 1956), di Blossom Dearie in “Once Upon a Summertime” (1959) e poi di Red Garland, Oscar Peterson e Keith Jarrett, tanto per ricordare.
Resta, nell’album, il Principio Post Hard Bop che scosta gli sviluppi interpretativi oltre i confini delle improvvisazioni e delle armonizzazioni, coniugando la meditata classicità del gesto compositivo alla fluente rapidità di pensiero degli ottoni di Tittarelli e Lento, alla densa costruzione pianistica di Tarenzi, all’intelligente morfologia ritmica di Bortone e Morello, all’Effetto vibrante e distonico dei magneti di Maresca (come in “ISC”) e che sembra costituire l’Idea più interessante e coinvolgente di una forma espressiva votata non tanto a frammentazioni della metrica e celebrazioni rumoristiche, quanto al recupero dell’Estro del Momento.
Che, in definitiva, è il Senso primigenio di quella che fu ed è ancora la “Rivoluzione jazzistica”.