ITA romainjazz.it, Fabrizio Ciccarelli (may.2018)

In quanto a sogni e bisogni il panorama musicale internazionale attualmente vive un momento che in molti considerano di stallo; personalmente lo considero di meditazione, di ricerca, di tentativi che a volte riescono ad impressionare chi ascolta per la più semplice delle virtù che un artista dovrebbe possedere: la creatività.
Certo, non sempre anzi raramente l’opera riesce, spesso a causa dell’ipervoracità del trovare il Nuovo, una sorta di ansia intellettuale che di frequente finisce per ingolfare i pensieri, le costruzioni sonore, la fluidità esecutiva, il doversi sentire diversi a tutti i costi. Hobby Horse tale angoscia sembra averla superata, pur ispirandosi all’avanguardia colta, ai filtri elettronici, alle dimensioni metropolitane di un Sound straniante e talora psichedelico che trova nell’interazione dell’insolito Trio sax-basso-batteria uno spontaneo punto di riferimento per turbinare intorno Idee belle e forti (Born Again Cretin dell’indimenticabile Robert Wyatt, Amundsen in accordo con le primitive e suggestive premonizioni del Gran Maestro Brian Eno) che vorremmo attendere ancor più eccessive in una prossima performance.
Siano pulsazioni accelerate (Evidently Chickentown) a chiudere la performance o magie ancestrali per il timbro bruno e avvolgente del clarinetto basso (Helm) ad aprire l’esposizione tecnologica di un album – manifesto, la coerenza turbinosa e sincopata delle architetture compositive non lascia indifferenti, anzi eccita quell’attesa di Visoni del Futuro per chiunque in Crossover – Jazz Rock – Slanci Astrali veda Storie non ancora concluse ed al di là dal Divenire.