ITA Sound Contest, Olindo Fortino (mag.2007)

Ormai di Bearzatti ci si può fidare. Almeno lo può fare chi dal jazz italiano pretende qualcosa di diverso, qualcosa che guardi altrove, lasciando stare i soliti standard e i soliti maestri-modelli. Per questo Stolen Days è un disco illuminante, versatile e soprattutto attuale, un progetto che trova nel ventre molle del rock e dell’elettronica il suo motivo d’essere ma che al tempo stesso rimesta (preservandola) la memoria delle proprie radici. Un’urgenza, quest’ultima, soddisfatta tramite le due tracce “digital-ambient” che aprono e chiudono la raccolta (“Dis Robàs” e “2 Novembre 1975”), dedicate al pugnace periodo politico-letterario friulano e alla tragica fine di Pasolini (personaggio talmente avanti da sembrare caduto da un’altra galassia). Incastonato tra questi due brani si sviluppa il nucleo spettacolare dell’opera, caratterizzato dal tenore digitalmentente elettrificato di Bearzatti (che si muta così in una Fender Stratocaster a fiato, completa di effetti distorsori, delay, pedale wah wah) dal proteiforme basso elettrico a cinque corde di Stomu Takeishi (Erik Friedlander, Henry Threadgill, Ned Rothenberg) e dal drumming vigoroso ma duttile di Dan Weiss (Rudresh Mahanthappa, Dave Binney). L’essenza metal-core di “Resurrectio” è un celere e breve prologo, dà l’idea di questo impianto tecnico-strumentale con cui il trio opera un riuscitissimo intervento estetico sullo struggente motivo di “Black Hole Sun” dei Soundgarden, seguito a ruota dal trasfigurato crescendo di “Smell Like Teen Spirit” dei Nirvana. Il discorso cede poi il posto a un poker di composizioni originali, laddove il mosaico timbrico double-face di “Casbah” (ruvido grunge-jazz e sottili elucubrazioni klezmer con relativo passaggio dal tenore al clarinetto) trascolora nei sommessi chiaroscuri avveniristici à la Vangelis di DD per poi passare alla lancinante miscela free downtown di “Smiling Mummies” e agli incastri dub-fusion-rock di “Re-Virus” (con dialoghi collettivi, variazioni di tempo e temi improvvisati che richiamano un po’ i Massacre di Laswell, Hayward e Frith). Più aderente alla struttura degli originali è il medley zeppeliniano dove il power-trio riesce comunque a preservare il groove e il mood tensioattivo di questi riff arcinoti in segmenti effrattivi che rotolano uno dietro l’altro, evidenziando, al di là della natura sentimentale del tributo, lo spasmo di un jazz che ritrova la sua immediatezza e il suo grido nel graffio rock. Resta da vedere se i Sax Pistols andranno avanti (materiale su cui lavorare non manca), potendo magari diventare una raffinata e bizantina risposta ai The Thing di Mats Gustafsson.