ITA SentireAscoltare, Fabrizio Zampighi (apr.2015)

Il “quiet man” del titolo di questo disco di Enrico Bracco (chitarrista romano classe 1973) ha un passo leggero e fluido, pieno di groove e al tempo stesso lambiccato, al seguito di una “energia implicita della linea” melodica che si srotola irregolare ma morbida. E infatti la batteria di Enrico Morello è uno scapicollare di sincopi e recuperi che, tuttavia, mira più ad interpretare che a cesellare un ritardo, a cercare una convergenza di intenti più che l’asincronia. Tra parentesi tutto sommato lineari – rassicurate dal pianoforte di Pietro Lussu e dal sax di Daniele Tittarelli (Lionel) – e podistiche dell’armonia (Play Or Rest), il combo (è della partita anche Luca Fattorini al contrabbasso) mastica un jazz agile e scattante, portato per le svisate (la title track), amante del sincopato più deragliante (The Bad Guys Band), a tratti persino free-funk (la parte finale di Childhood Lost) e incentrato sulle composizioni dello stesso Bracco.
In brani come L’esegeta e La regola c’è spazio anche per la chitarra acustica, e il risultato è una trama sonora riflessiva e più irregimentata (folkish?) che lo stesso padrone di casa avvicina a materiali di Villa Lobos e Leo Brouwer. Album piuttosto omogeneo ma intrigante, con rare concessioni a romantiche nostalgie notturne (Resonance).