ITA SentireAscoltare, Fabrizio Zampighi (mar.2018)

Dan Kinzelman, Joe Rehmer e Stefano Tamborrino, ovvero gli Hobby Horse, con Helm si posizionano in una strana intersezione tra antico e moderno, jazz e contemporanea, mettendo a sistema suoni che compongono un mosaico decisamente personale. Una peculiare correlazione tra strumenti tradizionali come clarinetto e sax tenore, voci recitate e una attualità in cui l’elettronica è uno stimolante per ritmi senza troppi legacci (ad esempio il funk/breakbeat/drum&bass della title track) ma anche per un’idea musicale che macina stili diversissimi tra loro: ascoltate ad esempio le pulsazioni ambient del binomio Amundsen/Evidently Chickentown (quest’ultima, una cover trasfigurata di una composizione del poeta punk, John Cooper Clarke), trip lentissimo e fascinoso che su vinile diventa un loop letteralmente infinito, o magari una Born Again Cretin presa in prestito da Robert Wyatt, che nelle mani del trio guadagna l’eleganza di un dub jazzato.
Giusto, il jazz: per quanto riguarda le connessioni con la tradizione – il disco esce pur sempre per un etichetta come Auand, comunque legata un certo mondo musicale – valga ciò che Tamborrino ha dichiarato a gennaio 2018 al Giornale della musica: «se parliamo di prassi, ad esempio avere swing quando suoni la batteria, non mi sento per niente jazz. Se parliamo di libertà, di anarchia, allora sono totalmente jazz». Allargate l’inquadratura su tutto il gruppo e avrete una panoramica abbastanza fedele di quello che sono gli Hobby Horse. Una band che con questo nuovo album conferma versatilità e coraggio, guadagnando pure un minimalismo e un gusto contemporaneo che si stacca in parte dalle geometrie dissonanti ma strutturalmente più “ortodosse” del precedente Rocketdine, per spingersi ancora più al largo.