ITA SentireAscoltare, Fabrizio Zampighi (oct.2016)

Classe 1987 e con un passato speso tra esperienze musicali in band (Omit Five, MOF Quintet, Ska-J, tra le tante) e miriadi di collaborazioni, il trombonista Filippo Vignato arriva al primo disco a suo nome. Il jazz contenuto in Plastic Breath è materia malleabile e allentata, un quadro surrealista dipinto con i colori di una contemporanea sospesa tra il feeling caldo del trombone, le distonie del Fender Rhodes e del synth bass di Yannick Lestra, e la batteria modulare di Attila Gyarfas. Improvvisazioni che diventano carta da parati per un suono in continua trasformazione, tra sguinzagliate singhiozzanti alla ricerca dell’armonia (Other Each), architetture pulsanti in crescendo erette su riff irregolari e sbandate di tastiere (Lev & Sveta), brodaglie free ribollenti e sospese (Red Sky Hymn), quiete modale che non sarebbe dispiaciuta agli Animation di Bob Belden (Provvisorio), funk fusion deragliante (Stop This Snooze).
«Respiro che diventa plastico, scolpito e tridimensionale attraverso la note di uno strumento a fiato ed ancora muta in artificiale, distorto e plastificato attraverso filtri, effetti, alterazioni elettroacustiche. Il nostro pensiero e le nostre orecchie che scolpiscono lo spazio-tempo sotto sotto forma di frequenze, vibrazioni, suono»: sta tutto qui Plastic Breath, nelle parole dello stesso Vignato. Un disco in cui termini come “destrutturazione”, “impasto sonoro”, “umore”, “creatività”, “interplay” hanno ancora un significato ben preciso e diventano le colonne portanti di una musica quasi sempre imprevedibile.