ITA shuffle-mag.com, Susanna Buffa (jun.2014)

“Polemonta” è un esempio di creazione musicale ispirata, con una posizione da rispettare all’interno di un flusso di produzioni discografiche deviato dagli approcci aggressivi del marketing.
Ispirazione, passione ed un eclettico, motivato citazionismo rendono l’album di difficile classificazione, cosa di certo spiazzante per gli addetti ai lavori ma da considerare come un pregio. Infatti la commistione stilistica delle composizioni dei Luz li mette in salvo da qualsiasi rischio di semplificazione e pone in risalto la complessità di un lavoro che abbraccia generi diversi e che amplia in maniera tentacolare l’orizzonte dei loro obiettivi.
La formazione prende vita a Roma nel 2011 come trio – Igor Legari, contrabbasso; Giacomo Ancillotto, chitarra; Federico Leo, batteria – da quella fucina di improvvisazione, apertura e ascolto che è il collettivo Franco Ferguson e le composizioni dei Luz, firmate Legari – Ancillotto, restituiscono quel che in termini di influenze sonore e di genere è stato assorbito dal trio nel percorso che ha preceduto la sua formazione. Nel 2012 il fulminante incontro con la violoncellista di Chicago Tomeka Reid trasforma di fatto in trio in un quartetto, anche se l’affiancamento della musicista, sia in tour che in studio, è intermittente. L’apporto di una figura come la sua, proveniente dalla Association for the Advancement of Creative Musicians (AACM), sposta obiettivi, punti di vista, sguardo: se le radici del trio affondavano in luoghi geografici e sonori già distanti tra loro, benché di area mediterranea, la matrice afroamericana e avanguardistica dello stile della Reid determina una svolta sonora importante.
Il loro discorso sull’improvvisazione si allontana dal cliché di un montaggio di frammenti preordinati, basandosi invece sull’interplay tra i musicisti. Anche quando i brani si aprono e poi si strutturano su un piccolo nucleo tematico, banalmente un riff proposto dal contrabbasso o dalla chitarra, non è poi un solo strumento – una sola mente – ad impartire ordini e a guidare l’ensemble. Quello a cui si assiste immediatamente dopo lo start è un vero e proprio dialogo, una discussione a tre o quattro voci in cui l’apporto dinamico della batteria trasforma tutta la ritmica in una partitura complessa, affatto quadrata e regolare. Dove ricorrono parti consistenti di ostinati, queste sono di impianto quasi classico e si limitano a fornire l’ossatura della struttura, lasciando piena libertà alla scrittura.
Questa mancanza di punti saldi e di regolarità ritmica sottrae l’album a qualsiasi classificazione di genere; persino il jazz, ambito di improvvisazione per eccellenza, sta scomodo ai Luz che si avvicinano di più all’avanguardia contemporanea. Sono continui gli spostamenti dalle “blue note” di radice afromaericana ad atmosfere ispirate al cinema di genere anni Settanta (complice la chitarra di Ancillotto, particolarmente abile nel riferirsi a quel repertorio senza abusarne), dagli umori del profondo Mediterraneo (dalla Puglia al Medio Oriente, l’intro di Tomatoes) ad un design sonoro raffinato con un approccio improvvisativo modale.
L’esempio di un uptempo come Zdenek, in principio quadrato e regolare, dà la misura di come sia spesso un’urgenza rock a condurre i giochi. La poliritmia è qui più di appartenenza prog che jazz e regala a questa, così come a molte altre composizioni (Nogales), un marcato carattere di imprevedibilità.
Titoli e temi ricorrono spesso nella tracklist, ma ciascun pezzo è slegato e indipendente dagli altri anche quando è presentato come un ulteriore sviluppo del precedente – vedi Polemonta e Polemonta 1, The Youngest Man Alive e Youngest 1. Questi due brani sono anche la prova di come la partecipazione di Tomeka Reid sia determinante, non solo per la costruzione di un suono efficace e compatto. Benché non compaia come autrice, la musicista di Chicago fornisce un contributo fondamentale in termini di idee e contenuti. Tutto è nell’opener Frate Mitra, una gemma di quasi nove minuti dove ognuno dei musicisti trova la sua collocazione e la mantiene poi per il resto del lavoro. Parte Legari con il riff di contrabbasso e subito si uniscono il tremolo di Ancillotto e il cello della Reid. Ciascuno sembra seguire una sua strada in totale autonomia, mentre in realtà nessuno perde di vista il percorso degli altri e, ben presto, quella che sembra una strada tracciata ha delle svolte impreviste nella dinamica e nella ritmica. La regolarità del binario lascia spazio a un tempo composto, l’archetto del violoncello passa da un tono lirico ad un assolo distorto e violento e il pezzo esplode, caricandosi di un assetto sonoro e ritmico rock.
Qui dentro ci sono tutti i Luz e quel che accade quando Tomeka Reid è con loro, in studio sul palco, è sempre emozionante.
A margine va ricordato che mettere insieme una quarantina di date sparse in Europa in tre mesi è cosa che riesce a pochissimi artisti italiani, ma sta accadendo a loro. Quando hai gli occhi dell’Europa puntati addosso è il segno che qualcosa sta cambiando. In meglio.