ITA Sound Contest, Olindo Fortino (mar.2015)

Caterina Palazzi rompe finalmente ogni indugio e deraglia a tutta forza verso il rock. Quello iconoclasta, sperimentale e al tempo stesso obliquo che “Infanticide”, secondo capitolo del progetto Sudoku Killer, rivisita e declina in una personalissima formula tesa a coniugare motivi noise-punk, impro e jazz progressive. Il quartetto romano suona e si comporta adesso come una truce macchina da guerra, simile nelle intenzioni ai The Thing di Mats Gustafsson, ai Naked City, agli Ex, ai Boredoms o anche ai Last Exit di Sonny Sharrock e Peter Brötzmann. L’entrata di Antonio Raia al posto di Danielle Di Majo acuisce l’adozione di sintassi più libere e slabbrate, incupite dalla chitarra cacofonica e dissonante di Giacomo Ancillotto e dalle squassanti e torve scudisciate di Maurizio Chiavaro. Il titolo dell’opera scimmiotta “Incesticide” dei Nirvana ma il discorso del combo e soprattutto la penna della Palazzi portano ben oltre.
Da un lato guadagna terreno la forma-canzone, decostruita e rimontata in cinque suite strumentali (tutte molto estese nella durata tranne la melanconica Nurikabe) che assecondano logiche prog-rock occidentali e nipponiche, evidenti nell’alternanza di lente carrellate cinematiche “hard-boiled”, lisergici interludi melodici e brusche ripartenze a rotta di collo verso isterie “free” o assalti “noise” (l’iniziale Sudoku Killer). Dall’altro i perni concettuali e strutturali dell’album (la purezza e la spensieratezza infantile violata o troncata dall’asprezza della vita e dalla malvagità degli adulti; l’essenza ludica della sfida insita nei giochi di logica matematica giapponesi che danno nome alle composizioni) si manifestano nel curato incastro di generi e stili contrapposti, nel creativo avvicendamento di climi, toni e atmosfere, nonché nel ruolo interpretativo che ogni elemento del gruppo assolve con perizia tecnica ed esecutiva impressionanti.
Sotto quest’ultimo aspetto sono proprio le facoltà e le capacità della contrabbassista quelle che emergono e lasciano un segno indiscutibile di carattere, duttilità e vigore nello sviluppo di ogni traccia. Si ascolti per esempio la finale Masyu, brano tra i più belli e affascinanti del disco. Il lavoro ritmico e motivico della Palazzi giostra tra muriatici arabeschi grunge, magnetiche pulsazioni pinkfloydiane e riff grind-rock al vetriolo, conducendo con magica naturalezza il mood fosco e patibolare del pezzo verso eleganti e sensuali scale ebraiche in perfetto stile Masada. In conclusione “Infanticide” centra bene il bersaglio, schiude nuove porte e allarga così la cerchia dei suoi fruitori, ambendo a riscuotere i consensi e il plauso che merita sia tra gli appassionati di faccende rock che tra quelli del jazz più anarchico e avventuroso.

Voto: 8/10