ITA Strategie Oblique, Roberto Paviglianiti (sep.2018)

Edito da Auand “Level 2 Chaotic Swing” è l’album che fotografa il momento creativo del Disorgan Trio, realtà nata dalle idee del chitarrista Frank Martino che si avvale in line up della presenza di Claudio Vignali (pianoforte, Fender Rhodes, synth) e Niccolò Romanin (batteria, drum machine, synth). Il loro è un suono sviluppato attraverso un lungo periodo di sperimentazione, durante il quale l’elettronica è entrata a far parte di un arco espressivo vario e dal deciso impatto estetico, come lo stesso Martino ci ha illustrato.

Come è nata e si è evoluta la collaborazione tra i musicisti del Disorgan Trio?
Io e Claudio Vignali siamo cresciuti musicalmente insieme, ci conosciamo dai tempi del Conservatorio, mentre ho iniziato a suonare con Niccòlò Romanin in tempi più recenti. La passione per la formazione classica dell’organ trio mi ha portato, nel 2015, a proporgli una collaborazione di quello stampo, anche se fin dalla prima prova abbiamo capito che sarebbe andata diversamente. Nel tempo, i bassi dell’Hammond sono stati sostituiti dal basso synth e l’organo da pianoforte e Fender Rhodes, la batteria è stata implementata con la drum machine e ho iniziato a usare la chitarra otto corde al posto della sei, oltre che a campionare il piano, filtrandolo poi attraverso la mia catena di effetti. “Disorgan” mi sembrava l’appellativo più appropriato.

La Auand del produttore Marco Valente è l’etichetta con la quale avete inciso l’album “Level 2 Chaotic Swing”. Quando avete avuto la sensazione che si trattasse del momento giusto per entrare in studio?
In questi tre anni abbiamo sperimentato varie soluzioni, dall’improvvisazione radicale a jazz standard e musica più strutturata, testando anche diversi tipi di strumentazione, soprattutto nel cercare di integrare il sound elettronico. Da settembre 2017 abbiamo riordinato il materiale e iniziato a fare un lavoro approfondito sull’arrangiamento di tanti brani che avevamo a disposizione, registrato tutta la pre-produzione e poi a gennaio di quest’anno abbiamo messo a punto il repertorio per il disco.

Qual è la caratteristica principale del vostro suono?
Lavoriamo molto sul rendere il suono “da studio” il più vicino possibile a quello “da live”, con le dovute differenze. Quando si inserisce l’elettronica non è sempre facile e il rischio “sovraincisione di cento tracce” è sempre dietro l’angolo; dunque, investire tanto tempo sulla produzione è stato fondamentale per capire come organizzare tutte le possibilità in modo funzionale all’impatto dal vivo. Inoltre, il fatto che i ruoli all’interno del trio siano divisi in modo molto specifico ci permette di avere un’ampia varietà di colori da poter utilizzare alternativamente o contemporaneamente; a volte potremmo sembrare un sestetto.

Avevate un obiettivo espressivo da raggiungere?
Non ne abbiamo mai parlato esplicitamente, ma sicuramente l’idea prevedeva di realizzare una sintesi dei suoni e degli ambienti lavorati negli anni passati. Ci siamo concentrati molto sull’aspetto compositivo e dell’arrangiamento, limitando leggermente le parti solistiche, a cui lasciamo invece tanto spazio nei concerti. Il trio però è in costante movimento e stiamo già lavorando su materiale nuovo che inseriremo nei live; il bisogno di ricercare sempre soluzioni diverse dalle precedenti rende totalmente imprevedibile la direzione che potrebbe prendere il prossimo disco. Dunque l’obiettivo espressivo condiviso sicuramente è presente, ma il processo con cui si sviluppa risiede nel nostro subconscio.

Nelle note di copertina Enrico Bettinello fa riferimento all’imprevedibilità dello sviluppo estetico e formale delle tracce in scaletta. Come si sviluppa il percorso creativo e d’improvvisazione del trio?
Pur essendo coordinato da me, il Disorgan Trio è un gruppo vero e proprio, in cui ognuno porta il suo contributo e propone possibili direzioni. “Level 2 Chaotic Swing” è partito quasi interamente da idee mie, ma si trattava per lo più di bozze o temi ancora non interamente definiti. L’apporto di Claudio e Niccolò è stato fondamentale a livello di sviluppo, sound e arrangiamento, che abbiamo lavorato e prodotto insieme durante i primi mesi. Gli ambienti su cui si svolgono le improvvisazioni sono solitamente realizzati partendo da cellule melodiche o ritmiche più o meno definite e sviluppate in gruppo. Ovviamente questo comporta un maggior numero di ore di prove, tentativi, discussioni e cambi di direzione, ma, nonostante la fatica, è l’approccio che preferisco, in quanto permette a ciascun elemento di contribuire alla musica in modo più naturale possibile. È una modalità molto “garage” e non tipicamente jazzistica, ma, se tutti i membri la condividono, contribuisce in modo decisivo all’affiatamento generale della band; e inevitabilmente tutto questo si riversa poi nella musica.