ITA TGcom, Giuseppe Candiano (ott.2007)

Fa sempre piacere recensire dischi di artisti italiani di questo livello, musicista espertissimo e di grande mestiere, Roberto Cecchetto è essenzialmente autodidatta per quanto riguarda lo strumento, ha studiato armonia, composizione e arrangiamento con Filippo Daccò. Attualmente insegna alla Scuola Civica di Musica di Desio e alla Scuola Civica di Jazz di Milano. Ha suonato in numerosi festival e rassegne sia in Italia (Umbria Jazz, Berchidda, JVC Torino, Roccella Jonica, Iseo, Clusone, San Remo, Ruvo di Puglia, Ravenna, Reggio Emilia, Cremona, Ivrea, Villa Celimontana, Siena, ecc.).

Le sue collaborazioni sono state con Palle Danielsson, Anders Kjellberg, Gianluigi Trovesi, Richard Galliano, Paolo Fresu, Furio Di Castri, Jean Louis Matinier, Michel Godard, Stefano Di Battista, Stefano Bollani, Stefano Battaglia, Paolino Dalla Porta, Claudio Fasoli, Enrico Rava, Gianluca Petrella, Daniele Cavallanti, Tiziano Tononi, Herb Robertson, Tony Scott, Roswell Rudd, Giovanni Tommaso, Roberto Gatto, Enzo Pietropaoli, Cameron Brown, Tiziana Ghiglioni, Bruno Chevillon, Daniel Humair, Lee Konitz, per citarne alcuni.

L’area stilistica nella quale si muove parte dalla musica strutturata e arriva all’improvvisazione totale. Questo disco ne è una perfetta espressione come ci spiega lo stesso autore: “Ho deciso di fare questo disco con Giovanni Maier e Michele Rabbia perchá sono principalmente due persone uniche, prima di essere i fantastici musicisti che sono, con loro riesco a sentirmi a mio agio tra scrittura e improvvisazione, e le cose prendono forma in modo naturale. In questo disco alcuni brani sono stati composti e poi suonati con un approccio improvvisativo libero, altri invece sono completamente improvvisati ma con un senso della struttura che viene dalla scrittura musicale. In “Downtown” ho provato ad usare lo studio di registrazione come uno strumento compositivo, l’idea mi stuzzicava, e riascoltandolo ora, dopo tre anni, sono contento di averlo fatto. La traccia Uptown ad esempio, così come Downtown, è il risultato di tre passaggi, in sostanza abbiamo registrato una volta, poi abbiamo registrato ascoltando la prima take e infine una terza ascoltando le prime due, il risultato è ciò che si sente, senza aggiungere o togliere nulla in fase di mixaggio. Rio Dreams invece è nato in studio alla prima take, volevo un brano che ricordasse un sogno che avevo fatto, che avesse un mood lento, completamente improvvisato come se fosse un brano scritto. Do it nasce da un semplice riff con il quale ho poi strutturato il brano, Oslo Hotel è un brano che ho scritto apposta per il disco, volevo un brano che ricordasse quei luoghi, non tanto gli hotels ma quei paesaggi nordici che danno sensazioni molto particolari, in particolare ne sono innamorato di quelle atmosfere, e lo sviluppo del brano è molto legato all’interplay. I brani più “tradizionali” nel senso della scrittura sono Where Are You, Sun Eyes e Tierra del Fuego anche se lo sviluppo dell’improvvisazione è legato molto all’interplay, mentre Sinapsi e 3 Points of View sono nate in fase di registrazione, improvvisando senza alcuna meta. Il disco mi piace ancora adesso, non mi succede spesso”.

Non mi meraviglio che il disco piaccia all’autore ancora adesso, in effetti è davvero uno splendido mix di jazz improvvisato e musica jazz “classica”, da avere e da ascoltare con attenzione. La registrazione allo stato dell’arte, è frutto di un eccellente lavoro svolto da parte del bravissimo Stefano Amerio, al quale vanno i miei più sentiti complimenti, presso gli studi Artesuono di Cavalicco (Udine) con l’utilizzo di un banco Otari Elite Plus modello CE4039, Sulla chitarra elettrica, amplificata con un Politone, è stato piazzato un microfono Neumann U47 iFet ed un Neumann U87 ai per l’ambiente in configurazione omnidirezionale, mentre sulla acustica sono stati utilizzati due Neumann TLM103 in configurazione. Una produzione tutta italiana, che non ha nulla da invidiare a quelle ben più famose del nord Europa, davvero un lavoro pregevole.