ITA thenewnoise.it, Nazim Comunale (jan.2019)
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Il suono di un risveglio: pigri, ampi movimenti di soul cosmico, un discorso largo, arioso, punteggiato dal Fender Rhodes e condotto con un piglio tra l’elegiaco e il sognante dalla nutrita sezione fiati, un robusto sestetto con il leader e Dan Kinzelman di Hobby Horse a sax baritono e clarinetto basso, Piero Bittolo Bon al sax alto, Mirko Cisilino (recuperate gli ottimi Maistah Aphricah, afrofree sull’ottovolante) e Mirco Rubegni alla tromba, con Glauco Benedetti alla tuba. Le orchestrazioni oblique della minibanda all’interno del tentetto trovano un controcanto ideale nella chitarra appuntita e mai conciliante di Gabrio Baldacci (lo ricordiamo in O.N.G. di Gabriele Mitelli), mentre il contrabbasso di Gabriele Evangelista e la batteria di Daniele Paoletti cercano di tenere a bada le eruzioni. È infatti vulcanico il clima di “Agosto 14”, la prima traccia, che dopo un incipit sorvegliato e circospetto si lancia in nebbie psichiche di jazz rock staccando inni a un cielo che manterrà la pioggia che promette. Una felice crasi tra il sontuoso, sornione swing mingusiano e l’impervia geometria di certe partiture assassine di Tim Berne risuona invece in “One For KD”. Sono strade strette e piene di curve a gomito, senza parapetto, urla a un passo dal precipizio, la meraviglia di panorami che si aprono all’improvviso: si sale, si sale per poi scendere a capofitto senza mai toccare il freno, in un tragitto spericolato tra nevrosi matematiche alla Steve Lehman e lampi da big band ipermoderna (“1001”). Labirinti ritmici, come quadri di Escher in cui è impossibile stabilire un punto dove staccare lo sguardo (“Verticamera”), con l’ombra di Henry Threadgill ad annuire sullo sfondo; una tensione tipica di certe produzioni Pi Recordings, con quell’indugiare tra Lacan ed Euclide così caratteristico della letteratura del jazz contemporaneo. Tempeste scatenate dentro miniature, teorie ossessive, maniacali (ma nessuna rigidità, anzi), nitore, controllo e dosaggio calibrato di ogni elemento per una musica che suona iper-evoluta e selvatica al tempo stesso, strutturatissima e libera nel suo inesorabile incedere verso non si sa dove. Languori cosmici come di un Sun Ra accigliato e accademico, bave spiritual, austeri profili novecenteschi (la contemporanea filmica e febbrile, tra Hermann e Stravinsky, di “Tre”), ogni inutile didascalismo resta fuori dalla porta. Ogni momento di queste sette tracce (sei autografi più una spettacolare rivisitazione del sacro verbo coltraniano) suona necessario. Ogni episodio, ogni evento sonoro è parte di questa specie di magnetico monolite, compatto ed enigmatico, eretto con intelligenza e tanta forza, a testimoniare l’esistenza di una civiltà di musicisti che, lontani da ogni posa, cercano senza requie di svelare il mistero del suono. Tra apocalisse e marching band, tra astronomia, psicologia e psichedelia, afriche malmostose ed elusive, orbite ellittiche, traiettorie fluide, fanfare arcigne, magma minaccioso e silente, il disco (registrato al teatro Sant’Andrea di Pisa) è semplicemente magnifico. Testimonianza limpida di un musicista dotato di una sana follia e di una penna felicissima, accompagnato da una band stellare e capace di spaziare con naturalezza tra lampi free (nel finale di “Tre” sembra di assistere ad un incredibile incontro tra la London Composers Orchestra ed i Supersilent) e partiture rocciose, con un che di zappiano nella loro cocciuta, quasi beffarda imprendibilità (“Patchouli”). Sparse radure dove si incontrano carcasse della New Orleans spazzata dall’uragano e chissà che altro ancora. Chiude quest’ora di fuochi d’artificio e di passi da gigante proprio “Giant Steps”, in una versione che evolve poi magistralmente in un carillon pericoloso e magnetico. Degno sigillo di un disco di un compositore maturo, con i piedi ben saldi nella tradizione e la testa tra le nuvole del futuro che sarà. Un disco dal fascino magnetico e rischioso come un vaso di Pandora, capace di spalancare possibilità, mondi.