ITA thenewnoise.it, Nazim Comunale (sep.2017)

Esce il 22 settembre per la benemerita Auand Records di Bisceglie il quinto lavoro del pianista fiorentino Simone Graziano come leader, qui al piano, al Rhodes e al synth e che questa volta si presenta in trio, con Francesco Ponticelli al contrabbasso e Tommy Crane alla batteria. Noi ve lo proponiamo in streaming (per un periodo limitato). Dal 2009 a oggi Graziano ha sempre ricevuto buoni riscontri dalla critica specializzata e senz’altro con questo lavoro si conferma su buonissimi livelli. Una voce fresca e personale, un talento da seguire.
Lo stesso clima rarefatto, malinconico e boreale che abbiamo trovato tante volte nei migliori dischi della ECM dei tardi Settanta (i dischi del trio Haden – Garbarek – Gismonti, ad esempio) prende subito la scena in apertura con “Tbilisi”, tra piani ritmici inclinati che convergono e ombre e figure che mutano pur conservando sempre una solida cantabilità. Fa capolino anche un synth, dosato molto bene (il che, per quanto mi riguarda, in questo tipo di scenario equivale a usato con la giusta parsimonia) e capace di arricchire la paletta timbrica senza snaturarla. Se “Tbilisi” è più ritmica, “Accident R” si apre invece più melodica e tematica (la batteria di Tommy Crane resta sempre sottile e attestata su dinamiche di piano o pianissimo) per poi fiorire in un break che ricorda le sincopi del prodigioso Vijay Iyer, sebbene qui la frenesia ritmica sia tenuta molto più sotto controllo. In generale si gira attorno a una pulsazione quieta, rotonda, anche se poi il puntillismo rapido e ficcante di “Emicrania” (ispirata alle parole di Oliver Sacks sull’aspetto rituale dei frequenti mal di testa) ci riporta subito altrove, tra fughe in avanti e meccanismi serrati e pieni di flow al tempo stesso, col trio a macinare groove con grande naturalezza per un pezzo che, come si direbbe per l’hip hop, spacca letteralmente, resta in testa al primo ascolto: Graziano si lancia in acrobazie che hanno un che di tayloriano ma poi rientrano nell’alveo tematico, il basso di Francesco Ponticelli è solido e puntuale (gli ingranaggi sono oliati perfettamente, insomma) e il finale incalzante chiude come meglio non si potrebbe questo anello di Moebius che torna infatti sui propri passi, vicini a quelli (da gigante) di Historicity del trio di Iyer.
Nove tracce durante le quali l’ispirazione è costantemente viva, capaci di coniugare felicemente sapienza melodica, imprevedibilità ritmica, fruibilità e coraggio per soluzioni non sempre immediate. In “Aleph 3”, la settima, un beat funk vede protagonista anche l’elettronica, per un risultato che ha proprio un che di hip hop nello sviluppo iniziale, ma poi impazzisce rapidamente in un colore diverso: lo sviluppo quasi cameristico non dura però molto, nuovamente lo scenario cambia, il synth e un batterismo sempre mobile ed irrequieto riportano il pezzo su altri lidi, per un esito straniante e, seppur forse non calibrato nel migliore dei modi, davvero molto apprezzabile, perché testimone di un approccio libero e a 360 gradi. La nona e ultima traccia, “Slowbye”, accoglie ancora più elettronica, con synth e beats a farla da padrone e una melodia minima ed efficacissima, per un brano che ha un andamento tra trip hop e minimalismo e che sarebbe perfetto per la voce di Lou Rhodes dei Lamb, ad esempio.
Un formato, quello del piano trio classico, attraverso cui molto è stato già detto e già non risultare calligrafici o esagerare con la melassa è un grande merito: non si limita però a questo Simone Graziano, che anzi si dimostra pianista e compositore coraggioso e molto misurato (tutto il disco ruota attorno ad un’idea di lentezza, prende spunto da una novella di Sepùlveda come da altri luoghi letterari), accompagnato da due musicisti capaci di dialogare e non solo di fungere da comprimari. Un lavoro, dunque, che certifica l’ottimo livello di interplay raggiunto da questo trio e che si pone come interessantissimo segnalibro per un artista nel cui futuro riponiamo grande fiducia e che merita senz’altro la vostra attenzione.