ITA Audio Review, Enzo Pavoni (feb.2020)

Giungono inaspettate due sorprese – meno male: pensavamo fosse finito per sempre nel dimenticatoio – riguardanti Luca Flores. Iniziative concomitanti con i venticinque anni dalla prematura scomparsa, avvenuta per “mal di vivere” il 29 marzo 1995. Dopo la morte dello sfortunato musicista, nato a Palermo nel 1956, cresciuto in Mozambico e tornato in Italia da adolescente, l’atteggiamento dei familiari è stato ammirevole: non hanno mai abusato degli archivi sonori da lui ereditati, acconsentendo soltanto alla diffusione del profetico e struggente “For Those I Never Knew” (1995), i cui titoli paiono una lucida cronologia dei preliminari del suicidio. È stata quindi la volta del volume di Veltroni “Il disco del mondo” (Rizzoli, 2003)- ispirato alla prova postuma – e del riadattamento cinematografico dello stesso, diretto da Riccardo Milani (“Piano, solo”, 2007). Sempre nel 2007, Stampa Alternativa ha pubblicato quello che è stato definito “un romanzo con pianoforte jazz”, intitolato “Angela, angelo, angelo mio, io non sapevo” di Francesca De Carolis, basato sui ricordi di Michelle Bobko, ultima compagna di Flores. L’artista ha sparso il suo indiscutibile talento in ambiti sia discografici, sia didattici. Da leader ha realizzato pochi album, tuttavia ispirati, intensi e lodevolmente scarnificati, limpidi resoconti di un animo poetico, gentile e introspettivo. Più numerose le collaborazioni, in particolare quelle con Massimo Urbani e Tiziana Ghiglioni, Chet Baker e Lee Konitz, Paolo Fresu e Bobby Watson, Muhal Richard Abrams e David Murray. E veniamo alle novità annunciate in apertura. Sono il libro (imminente la pubblicazione) “Luca Flores uomo musicista artista” di Luigi Bozzolan e il doppio CD “Innocence”, una serie di istantanee prima della fine. Ma partiamo dal 2016, quando Paolo Flores (fratello di Luca), Michelle Bobko e alcuni colleghi e amici del pianista/compositore hanno iniziato a vagliare le perle nascoste. Un intento materializzatosi allorché il musicista e studioso Luigi Bozzolan ha ascoltato le quattro sedute di registrazione complete effettuate tra il giugno 1994 e il marzo 1995 (parte delle quali diedero forma a “For Those I Never Knew”) e curate dal sound engineer Stefano Lugli, custodite da quest’ultimo e dalla Bobko. Una volta analizzate, restaurate e messe nell’esatta sequenza, sbocciano le sedici tracce solitarie (non sono scarti) di “Innocence”, che Luca Flores intendeva dedicare agli anni giovanili trascorsi in Mozambico, terra rimastagli nel cuore. Il Nostro non si limita a stazionare nei pur prediletti anfratti lessicali intimistici e ombrosi; ne prende anzi le distanze nella vertiginosa rilettura della già di per sé surreale “Donna Lee” di Parker, o nell’asincrona “Work” di Monk, o nella fibrillante “Strictly Confidential” di Powell. Tre giganti del be bop, genere formativo di Flores, sebbene subito piegato al proprio anarchismo: per dire, il tema di “Donna Lee” si svela solo nel finale. Splendidi i quindici minuti di malinconiche escursioni attorno alle armonie di “Lush Life” (Strayhorn) e i cinque di “But Not For Me” (Gershwin). Pregevoli anche gli originali, dall’oscuro “Blues” agli acquerelli naif di “Search For The Silver Lining”, al saltellante e solare soul jazz africano “Silent Brother”. Nel sussurrato “Kaleidoscopic Beams” Luca Flores si cimenta a “fil di voce” pure col canto.

Il suono del pianoforte è tangibile e genuino, tondo e pastoso, frutto della bontà del riversamento audio e del tocco brillante del protagonista. Peculiarità che agevolano la degustazione di ogni episodio.

DISCO DEL MESE