ITA ettoregarzia.blogspot.com, Ettore Garzia (jun.2019)

Piace l’invito di Sguera a scoprire similitudini nell’improvvisazione. Tuttavia piace ancor di più l’impostazione del musicista e la progettualità. Sotto quest’ultimo aspetto, il suo quartetto conferma come non sia una fantasia il fatto che una parte dell’attuale “nordicità” musicale sia contaminata da polifonie ed elementi di altre tradizioni culturali (uno di quelli che mi viene in mente all’istante è Sten Urheim). E’ una specie di osmosi culturale, spesso rilevabile in molti giovani artisti, che ha il merito di costruire idee musicali più solide e universali per qualsiasi genere musicale. Luca, però, non è interessato alla costruzione di un’operazione di assemblaggio più o meno complesso di elementi, ma sembra voler seguire la rotta di un perspicace compositore, che cerca di mettere assieme aspetti compositivi ed improvvisativi in una relazione logica e ben precisa: l’aggancio ad uno dei più complessi linguaggi del mondo, quello dei pigmei dell’Aka, tra la Repubblica Centrafricana e il Congo Settentrionale, è il pretesto per entrare nel mondo delle propensioni ritmiche e degli ordinamenti etnico-musicali. Il quartetto con Sguera al piano, Francesco Panconesi al sax tenore, Alessandro Mazzieri al basso elettrico e Carmine Casciello alla batteria, fa degli Aka un canale trasmissivo delle sue intuizioni. Non c’è dubbio che l’argomento sia molto interessante, soprattutto se rapportato alle invenzioni fattibili sul jazz: l’etnomusicologo Sihma Aron, che ha sistemato la materia della polifonia Aka in molti saggi, ha dimostrato che ognuno di loro sviluppa latenti forme melodiche con caratteristiche ben precise, inserite in schemi ritmici precostituiti. Ma la cosa più interessante in assoluto è che alcune di queste combinazioni polifoniche sembrano avere caratteristiche comuni alle metriche medievali; perciò da lì il passo verso le musiche moderne del Novecento non è lontano da afferrare.
Nato nelle more formative delle lezioni dei corsi jazz di Siena, Aka è un applicativo di teorie che ragionano sulla commistione di forme rigide o libere: se da una parte rilevare ostinati, ripetizioni oscillanti nello spettro della sostanza minimale o quadri melodici di un certo tipo può essere il lavoro destinato ad un compositore, dall’altra la libertà degli interventi e l’imprevedibilità del loro contenuto è quanto si richiede ad un avveduto improvvisatore. Non è un caso che Sguera e il suo quartetto abbiano messo in successione in abiti nuovi l’Andrew Hill di Black Fire o Point of Departure (quello con Henderson e Dolphy), il Morton Feldman di alcune Intermission ed un percorso ridotto delle 840 Vexations di Erik Satie: le istruzioni sono identiche, ossia suonare espressivo, scuro, con grande attenzione alla dinamica dei suoni, ma l’istruzione maggiore è superare i diktat di quei compositori allargando la maglia delle armonizzazioni e delle soluzioni. Sta qui il segreto di un disco di jazz italiano che esce fuori dai binari consueti dell’ovvietà.