ITA JazzConvention.net, Aldo Del Noce (oct.2016)

Difficile (oltre che improbo) tacciare di “già sentito” un repertorio mai dismesso e che palpabilmente s’autoalimenta in grazia di interiori, connaturati fermenti, a conferire sempre vitalità alle ragioni d’essere di un filone mai davvero esaurito, e di cui permane sempre, e variamente fruibile il volto spettacolare: entro il lungo corso di quelle correnti discendenti dalle grandi sorgenti delle visioni evansiane, agitate e di mutato corso in base alle direzioni di flusso impresse da timonieri di differente polso e varie propensioni di rischio e trasgressione, da Jarrett a Corea fino a Hersch, giusto per fissarne importanti polarità.
Provvisto di spiccato istinto per la magnificazione melodica, vi s’inserisce con diritto e agio d’argomentazioni il pianismo del partenopeo Franco Piccinno, di torrenziale flusso, e cantabilità pressoché inarrestabile, che in questa convincente prova si completa con la presenza solida e affabulante del contrabbasso, ed il drumming mimetico e (all’occorrenza) esplosivo, capace utilmente e scenicamente di incarnare memorie storiche di ritmiche e strumento.
Tutto insomma converge lungo lo sviluppo di Migrations nel conferire forma ad un album di grande tempra figurativa, il cui titolare apparentemente rinuncia ad autoaffermazioni in termini di firma – a parte la scrittura della maggior parte delle tracks, non si percepisce la proposta esplicita di una “my way” stilistica, prevalendo piuttosto l’impeccabile oliatura del meccanismo intercomunicativo del trio, dell’interplay che insomma appare trionfante tra gli atout non certo esigui dell’infaticabile leader, d’ispirata regia e felicissima mano nell’alitare a piena voce su un manierismo vivido, e magnificato dall’indubbia abilità interpretativa, ma soprattutto partecipativa di un piano trio che non sembra porre in discussione le grandi ascendenze, ponendole piuttosto con fervido dinamismo in lucente stato di grazia.