ITA La Repubblica (Sicilia), Gigi Razete (mar.2020)

Luca Flores 25 anni dopo riscoprire “l’innocenza” del pianista palermitano
Esce un album postumo del musicista morto suicida nel ’95
Il ricordo di Bollani: “Fu il mio primo maestro, scelsi il jazz per lui”
L’anniversario della scomparsa attraverso il ricordo di un suo allievo eccellente e di Ignazio Garsia “Un disco per lui”

L’ultimo disco di Luca Flores, “For those I never knew”, risaliva a venticinque anni fa ed era stato pubblicato poco dopo la tragica scomparsa, appena trentottenne, del pianista palermitano, avvenuta per propria mano il 29 marzo del 1995. Il ritrovamento di alcune registrazioni inedite adesso ci consegna, dopo un quarto di secolo, un altro album postumo, `Innocence”, la cui struggente bellezza accresce il rimpianto per un artista che per genialità merita un’attenzione senz’altro maggiore. Flores nasce a Palermo il 20 ottobre 1956, vi trascorre felicemente la prima infanzia e poi, tre anni dopo, con tutta la famiglia si trasferisce in Mozambico al seguito del padre, affermato geologo. Rientra in Italia nel 1966 e, dopo vari periodi trascorsi tra Roma ed il Portogallo, si stabilisce a Firenze dove completa brillantemente al conservatorio gli studi accademici ai quali, però, affianca con maggior diletto la passione per il jazz.
Negli anni Ottanta emerge chiara l’originalità e la caratura del suo multiforme talento e si moltiplicano le collaborazioni con musicisti sia italiani (tra cui Massimo Urbani, Paolo Fresu, Enrico Rava e Tullio De Piscopo) che stranieri, ad esempio Chet Baker, Lee Konitz, Dave Holland, Muhal Richard Abrams e Tony Scott. Impegnato tra attività concertistica e didattica, trascorre gli ultimi dieci anni tormentato da un crescente disagio esistenziale che avrà tragico epilogo. Il primo ad accendere i riflettori sul pianista siciliano era stato Walter Veltroni all’inizio del millennio. L’allora sindaco capitolino era rimasto tanto conquistato dalla musica di Flores, ascoltata fortuitamente, da volerne approfondire la conoscenza e scrivere un libro, “Il disco del mondo. Vita breve di Luca Flores, musicista” (pubblicato nel 2003), che qualche anno dopo avrebbe fatto da soggetto anche a un film, “Piano, solo”, diretto da Riccardo Milani e interpretato da Kim Rossi Stuart (nel ruolo di Luca Flores), Jasmine Trinca, Paola Cortellesi e Michele Placido (in un carneo c’è pure il nostro Claudio Gioè). Nel film figura anche il contributo pianistico di Stefano Bollani. «Ho doppiato Rossi Stuart solo in quelle parti per le quali non era possibile utilizzare le registrazioni originali — precisa Bollani — si è trattato di un viaggio nella memoria, a volte anche doloroso, perché Flores è stato il mio primo insegnante di jazz e ne conservo un ricordo assai vivido.
Era il 1983, io avevo undici anni, studiavo al conservatorio di Firenze e del jazz avevo solo una conoscenza molto vaga. Lui era di pochissime parole, comunicava solo con le note ma i suoi silenzi contenevano un mondo misterioso e proprio per questo percepivo ancora meglio la magia della sua arte improvvisativa. Ero troppo piccolo per intuire il malessere esistenziale che si portava dentro, anche perché nei due anni trascorsi assieme (poi smise di darmi lezioni per l’aggravarsi del suo disagio) riuscì sempre a tenere i suoi problemi separati dalla musica. Nonostante la diversità di carattere, mi ha affascinato enormemente, sia come persona che come pianista, mi ha determinato a dedicarmi al jazz e mi ha insegnato tantissimo».
A gennaio 2004 il Brass Group aveva dedicato a Flores un primo ricordo con il concerto tenuto al Teatro Orione dall’Orchestra Jazz Siciliana che nell’occasione vedeva tornare eccezionalmente sul suo podio Ignazio Garsia (ad oggi è stata la sua ultima direzione). “Quell’omaggio a Flores che poi abbiamo ripetuto nel 2011 e nel 2016 — ricorda Garsia —è stato a lungo un mio personale caso di coscienza per il rammarico di non avere mai potuto nei nostri cartelloni, mentre era in vita, un artista del quale, al di là delle origini palermitane, apprezzavo valore pianistico e fascino compositivo. E’ stato il libro di Veltroni a darmi la spinta finale ad affrontare un compito che sapevo essere molto impegnativo perché trasporre per ampio organico la musica di una personalità così complessa, introversa e drammatica come quella di Flores non era affatto semplice. Le sue pagine, però, sono così belle che vorrei finalmente farne un disco, progetto di cui a suo tempo avevo già parlato con Peppo Spagnoli, patron dell casa discografica Splasc(h)records».
Altre emozioni le avrebbe aggiunte nel 2007 un secondo libro,«Angela, angelo, angelo mio, io non sapevo” che la giornalista Francesca De Carolis avrebbe tratto in forma di romanzo dalle testimonianze della cantante Michelle Bobko, compagna d’arte e di vita del pianista. “Innocence”, pubblicato dalla Auand, è un doppio cd che raccoglie brani inediti (molte composizioni originali e qualche standard di Bud Powell, George Gershwin, Thelonious Monk, Charlie Parker ed altri) alcuni registrati nell’estate del 1994, altri appena dieci giorni prima del tragico gesto. L’intenzione dell’artista era di confezionare un album (il titolo scelto era proprio “Innocence”) dedicato all’infanzia trascorsa in Africa e le registrazioni fatte avrebbero dovuto essere sviluppate da un’ampia formazione con tanti archi, molti percussionisti africani e la voce di Miriam Makeba. Non ve ne fu la possibilità né il tempo ed oggi queste incisioni ritrovate vengono pubblicate, fragili ma di grande potenza emotiva, nell’essenzialità del piano solo, così come nacquero. Al musicista il comune di Palermo già nel novembre 2016 intitolava «Villetta Luca Flores» l’area adiacente all’Oratorio dei Bianchi alla Kalsa: da allora, però, lo spazio non è stato ancora sistemato con il verde né è stata apposta la targa.