ITA MuMag, Fabrizio Ciccarelli (mar.2020)

Luca Flores, un pianista straordinario. Luca suonò spesso a Roma. In uno storico Club tra Lungotevere e Piazza Venezia, un aperitivo assieme parlando dei suoi progetti e delle collaborazioni con Chet Baker, Massimo Urbani, Lee Konitz, Enrico Rava, Muhal Richard Abrams e Tony Scott. Nomi, a quei tempi, con un passato “tosto” ed un presente alquanto agitato. Qualche sorriso nelle pause dei suoi concerti (ma “concerti” non è termine adeguato a definire le sue performance, piuttosto “colloqui” tra monologhi ed improvvisi dialoghi). Qualche parola con uno che di parole ne avrebbe avute da dire tante, ma che non uscivano, non uscivano mai, perché le Note erano le sue parole, solo quelle, fisiche e mentali, equilibrate e disequilibrate in variabili inattese ed inattendibili. Della sua breve esistenza, dei suoi sogni, del suo pianismo assorto e lieve e viscerale, della criptica furia che lo condusse al suicidio nel “nido” della sua casa a Montevarchi, della sua necessità di poesia in un mondo in cui non si è mai riconosciuto, è testimonianza bellissima il doppio cd “Innocence” recentemente edito da Auand Records: sedici brani inediti incisi tra il 1994 e il 1995 e ritrovati tre anni fa, sedici brani mozzafiato di un uomo delicatissimo attratto dalla bellezza che riuscì ad intuire nelle note dei classici del jazz; una bellezza che riuscì, per qualche tempo, a divenire melodia vitale e temporanea salvezza, accarezzando le armonie che più amava di Bud Powell, Billy Strayhorn, Charlie Parker, George Gershwin e Jerome Kern, comunque irrequiete nella tempesta autobiografica delle concitate teorie di Thelonious Monk (Work) e nella turbata originalità autoanalitica dei propri pentagrammi (Blues, Ladder, Silent Brother, soprattutto). Questi brani erano stati pensati per un disco dedicato alla propria infanzia in Mozambico, che avrebbe avuto titolo proprio Innocence, con l’intenzione di svilupparne alcuni brani per un organico esteso, melting con la significativa presenza “afro” di percussioni e di archi “occidentali”, vocalist quali addirittura la grande “Mama Afrika” Miriam Makeba. Difficilmente attuabile l’ambizioso progetto, si optò per un piano solo “For Those I Never Knew” (Splasch Records). Luca sarebbe scomparso dieci giorni dopo. Non è dato sapere se la scelta di questi brani sia stata un testamento spirituale realmente voluto e, francamente, non lo penso affatto. In ogni caso Innocence scelse Luca: un’Innocenza-Infanzia come “età dell’oro e della quiete”, dato psicologico che non è difficile leggere nel suo disegno gutturale in copertina (lampi di luce in campo nero che terminano nell’ipnotico tribale di occhi rossi su un volto appena accennato) e nei suoi versi sul chiaroscuro di una foto di profilo (“Fuochi d’arancio e gialli / presagi di domande future / e risposte lontane / prendevano forma / nel verde bagliore / dentro di me”). Solo in Piano Solo (“Piano, solo”: il film del 2007 di Riccardo Milano con un bravissimo Kim Rossi Stuart ad interpretare il Solo esistenziale del pianista siciliano). Solo in un solismo d’emozione immensa, in una prospettiva profondamente solitaria che richiama le ricerche-richieste metafisiche di Giacomo Leopardi, Bill Evans, Dino Campana, Massimo Urbani e Charles Baudelaire. Un Piano Solo in cui Flores è solo col Blues, col Bop e con le morbide spirali Swing di continue variazioni ritmiche (fra tutte: Donna Lee del Bird Parker e Strictly Confidential di Bud Powell); spirali che inevitabilmente precipitano nell’incontro col buio luminoso di Kaleidoscopic Beams, song intima e bellissima, delicata e forte negli accenti e nella misura emotiva di un quoziente emotivo tanto fluente quanto complesso, sfiorato sui tasti come un alito di purificazione (“catarsi”, a dire in linguaggio aristotelico) nel quale perdersi nel rito orfico e misterioso della ricerca di purezza, nella sommessa articolazione vocale di Luca in un canto brevissimo e imperfetto, imperfetto e perfettamente lineare con il coinvolgente e meraviglioso spontaneo lirismo di un artista, con Friedrich Nietzsche, “umano, troppo umano”.