ITA offtopicmagazine.net, Mario Grella (feb.2020)

Devo ammettere di non aver mai preso in considerazione l’ipotesi che Piet Mondrian potesse essere stato mio nonno, E se devo essere ancor più sincero, non mi ero mai posto il problema se Piet Mondrian avesse avuto dei nipoti. Di lui mi ero limitato a godere di quella serenità, data dal rigore del suo astrattismo geometrico. Avevo soggiornato spesso col cuore nei suoi “Tableaux”, mi ero consolato con il nitore di “De Stijl”, ma della sua parentela, nella quale avrei potuto esserci io (o voi), davvero non mi ero mai occupato. Credo però di aver capito il perché una delle più belle composizioni del nuovo lavoro discografico dei Forefront sia intitolata proprio “What if Piet Mondrian was your mother’s father”.
È un lavoro astratto, ma molto, molto rigoroso ed è una composizione a suo modo essenziale; a mio modo di vedere la più bella di Absentia, terzo lavoro del gruppo, quella in cui meglio si comprende il concetto di “pezzi mancanti”, di cui parla il comunicato stampa.
Il trio è composto da Jack D’Amico al pianoforte, Umberto Lepore al contrabbasso e Marco Castaldo alla batteria, formazione essenziale, ma di grande impatto e in grado di suggestionare l’ascoltatore con un sound in un certo senso circoscritto a solo a poche, tenui e misurate emozioni. Un lavoro in cui traspare l’impronta sicura della musica colta che in alcuni brani è decisamente preponderante, come nel caso del pezzo dedicato (guarda caso) ad un altro artista del “turbamento” come Félicien Rops, in cui un magnifico piano percosso e disturbato dal rumorismo, duetta con il contrabbasso, come nella migliore tradizione del jazz di ricerca, senza rinunciare ad una atmosfera da austera e classica sala da concerto.
Un armamentario di suoni (“Paraphernalia” è appunto il titolo di un altro brano), non vastissimo, direi misurato, dove il pianoforte non cede mai la scena, ma dove si arricchisce attraverso il confronto con la batteria e il contrabbasso, un confronto che, qualche volta, è più attenuato come in “Pantomime”.
Disco raffinato, poco vistoso (e questo è un gran merito), fitto di echi di jazz, di classica contemporanea e anche ricco di silenzi, quei silenzi che sono le tessere mancanti di un mosaico che fanno risaltare ancora meglio il magnifico insieme. Basta parole, meglio l’ascolto di suoni e pezzi mancanti nella loro “Absentia”.