ITA Sound Contest, Olindo Fortino (mar.2014)

Progetto in quartetto messo in piedi dal sassofonista torinese Paolo Porta e dal bassista veneziano Andrea Lombardini, poLO include nel proprio organico anche la tromba e il trombone del brasiliano Gileno Santana e la batteria del tedesco Jonas Burgwinkel (allo stato attuale sostituito dal milanese Michele Salgarello). Stando alle dichiarazioni d’intenti espresse nella press sheet che accompagna Pleasures, debutto discografico per casa Auand, il gruppo ” … e’ l’unione di due mondi apparentemente opposti: le idee sofisticate del jazz contemporaneo e le tinte scure, intense e rudi delle band post-punk e new wave di fine anni ’70.” mentre l’opera ” … omaggia nel titolo il disco di debutto della band inglese Joy Division”.
In verità, dall’ascolto complessivo delle nove tracce originali, ciò che sembra più evidente sono solo certe “idee sofisticate del jazz contemporaneo” mentre davvero esiguo (se non impercettibile) e’ il presunto richiamo ai canoni estetici del post-punk e della new wave. Non c’e’, infatti, traccia di urgenza e frenesia spigolosa o contundente negli accordi del basso elettrico, ne’ tantomeno propulsive dinamiche ritmiche “tribaloidi” cingono d’assedio il resto degli strumenti. Il principale merito del post-punk (e della new wave che ne segui’ ) fu quello di aver dato il via ad esercizi straordinari d’integrazione pluristilistica (recuperando interesse per generi quali il reggae, il jazz, il funk, la disco e l’elettronica), a sperimentazioni inconsuete nel campo sia strumentale che vocale, caratterizzando spesso e volentieri il tutto con atmosfere tese, fosche e traumatiche, in linea con messaggi e simboli imbevuti di alienazione, isolamento, ansia e decadenza, che traducevano anche il difficile nuovo rapporto tra l’uomo e il fenomeno tecnologico in espansione delle macchine.
Ebbene, la sfera d’azione del repertorio di Pleasures non sfiora neanche lontanamente le peculiarità prima elencate, viceversa spicca il volo da un mood abbastanza solare e rassicurante, in cui il basso elettrico di Lombardini svolge una plastica funzione ritmica e armonica, emulando in diversi frangenti la discorsività di una sei corde. I dialoghi, le orchestrazione e gli spunti individuali dei fiati risultano davvero piacevoli oltre che efficaci. Paolo Porta disegna suggestivi fondali e primi piani urbani (da segnalare la sua prestazione al soprano in Turning Point e nella labirintica Tibau Do Soul), appellandosi ad un linguaggio moderno e tornito quel giusto necessario per non appesantire lo schema della forma-canzone su cui fanno leva le composizioni. La tromba di Santana si fa notare per i suoi fraseggi guizzanti e penetranti, timbricamente personale sia nei registri più vellutati e introspettivi (vedi AB e Linea) sia in quelli medio-acuti (la coda frenetica di Ottanta, le colonne d’aria dispensate in Spleen e il flicorno dall’aroma davisiano che contraddistingue Struggle). Vario e vigoroso, infine, il lavoro svolto da Burgwinkel, ottimo partner di Lombardini in questa registrazione da studio che evidenzia un “progressive jazz” ricco di groove e di sostanza, certamente radicato nel gusto contemporaneo ma anche molto debitore nei confronti di alcuni esperimenti messi in campo da gente come Bill Laswell, Bill Frisell e Pat Metheny. Una sottolineatura, quest’ultima, che non vuole assolutamente indicare un peccato bensì una virtù.

Voto: 7/10